FRANCESCO CITO – Colour and B&W

x-defaultNato a Napoli nel 1949 e cresciuto nel rione Sanità, lo stesso di Totò, Eduardo e Scarpetta, Francesco Cito è uno dei reporter italiani più apprezzati. Vive e lavora a Milano. Ferdinando Scianna ha detto di lui che è “uno dei migliori fotogiornalisti italiani, ha l’istinto del fatto, la passione del racconto, la capacità di far passare attraverso le immagini, con forza di sintesi e rigore visivo, l’essenziale delle cose”.
Come molti altri si è affermato in Italia solo dopo aver lavorato all’estero, a Londra, con il Sunday Times, l’Observer e altre testate. Il suo percorso professionale ha toccato eventi che hanno segnato la storia, come l’invasione russa dell’Afganistan, dove ha percorso 1200 chilometri a piedi con i gruppi dei guerriglieri Mujahiddin, la guerra del Golfo, l’intifada Palestinese, oltre a fatti tipicamente italiani come la camorra (reportage che verrà pubblicato in tutto il mondo, da Epoca a Stern da Life a Zeit Magazine), la mattanza dei tonni e il Palio di Siena. Nel 1978, per The Sunday Times Magazine aveva realizzato, sempre a Napoli, un reportage sul contrabbando di sigarette dall’interno dell’organizzazione contrabbandiera. Nel 1984 inizia ad occuparsi dei territori palestinesi occupati, lavora nei campi profughi di Jenin e di Bethlehem sotto coprifuoco, nella West Bank e nella Striscia di Gaza: dall’inizio della prima intifada fino al 1994 resta ferito tre volte durante gli scontri. Nel 1989 è inviato di nuovo in Afghanistan dal Venerdì di Repubblica e vi entra ancora clandestinamente per documentare la ritirata Sovietica. Dal 1983 al 1989 segue anche gli sviluppi della crisi libanese ed è l’unico fotogiornalista a documentare la caduta del campo profughi di Beddawi, ultima roccaforte di Arafat in Libano. E poi le tragedie Balcaniche, l’Albania e il Kossovo. Nel 2007 è invitato dal Governatorato di Sakhalin (Russia) per raccontare la vita, le attività produttive e i cambiamenti in seguito della scoperta di ingenti giacimenti petroliferi nell’isola ex colonia penale raccontata da Checov.
Negli ultimi tempi ha intrapreso progetti di grande impegno sociale, come quello sulla diffusione della sordità tra i bambini palestinesi, o sul tema delicato della convivenza con il “Coma” nelle famiglie costrette ad affrontare sofferenze e disagi insieme ai congiunti vittime di traumi.
Numerose sono le sue mostre in Italia e all’estero, la pubblicazione di fotolibri e frequente è anche la sua partecipazione a festival, convegni e workshop.
Nel 1995 e nel 1996 ha vinto due premi World Press per i lavori sui Matrimoni napoletani e il Palio di Siena, nel 1997 l’Istituto Abruzzese per la Storia d’Italia Contemporanea, gli conferisce il Premio “Città di Atri” per l’impegno del suo lavoro sulla Palestina. Tra i premi ricevuti bisogna ricordare anche il Città di Trieste per il Reportage, La Fibula d’oro a Castelnuovo Garfagnana, il “Werner Bischof” ad Avellino, l’Antonio Russo per il reportage di guerra, a Francavilla a Mare. Nel 2006 la FIAF lo ha insignito del titolo di Maestro della Fotografia Italiana.

La mostra Colour and B&W comprende i suoi lavori più importanti, quelli che lo hanno imposto nel mercato dell’editoria di cronaca come un personaggio dal fiuto infallibile per la notizia, molto spesso un passo avanti rispetto anche a certe redazioni italiane che hanno acquistato i suoi servizi solo dopo aver visto che avevano riscosso apprezzamenti unanimi all’estero. Lavori che hanno segnato le tappe fondamentali della sua crescita professionale e sono stati utili per la comprensione della società e degli ingarbugliati meccanismi che governano a monte l’evoluzione o l’involuzione di delicati equilibri internazionali.
Napoli innanzitutto, di cui ha saputo indagare con coraggio, a volte con sfrontatezza, anche gli aspetti più nascosti e inavvicinabili, dopo essersi guadagnato il rispetto da parte di persone e ambienti poco raccomandabili ai comuni mortali.
Quindi l’Afghanistan e la Palestina, dove l’impegno professionale è stato messo al servizio di quello umano, con la necessità di schierarsi, di stare da una parte per narrarne i drammi, le urgenze e le speranze.
Perché dietro ogni reporter di valore c’è sempre un uomo che cerca di raccontare la complessità e contemporaneamente anche la semplicità delle aspirazioni dei suoi simili.

Claudio Marcozzi

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