ROZENN LEBOUCHER – Culture e tradizioni nel mondo

RozennLeboucher (1)Rozenn Leboucher ha vissuto la sua infanzia in un tranquillo villaggio del sud della Francia, ma questa regione, per quanto bella, le stava un po’ stretta, così decise di trasferirsi a Londra, dove ha avuto esperienze lavorative ed incontri preziosi con culture diverse, fino alla scoperta della fotografia con le prime immagini stampate nel suo laboratorio di fortuna. Si rese conto subito che questa poteva essere l’occupazione migliore per coniugare il lavoro con la sua passione per i viaggi. Da allora si guadagna da vivere con la fotografia sociale e commerciale e questo le permette di finanziare anche la sua passione vera che si focalizza nello studio delle culture tradizionali delle minoranze etniche sparse per il mondo.
Da parecchi anni, macchina fotografica al collo e zaino in spalla, viaggia in Europa, Asia, Africa e Americhe, migliaia di chilometri di strade e di pellicola, mesi e mesi a contatto con persone che si meravigliano di vedere una giovane “gringa” condividere le loro misere capanne, la vita quotidiana e il magro cibo, viaggiando anche sulle loro macchine scassate in cerca di realtà sconosciute.
Cerca di assorbire la loro cultura, di comprendere i loro riti, instaurando relazioni di confidenza e di rispetto con comunità lontanissime dal turismo di massa e ritornando ogni volta con un grande bagaglio di esperienze e di conoscenze. Le razze e le frontiere svaniscono di fronte ad un sorriso, una stretta di mano. Dall’umile abitazione di un minatore boliviano alla capanna di un cacciatore amazzonico, ha trovato la cordialità di persone accoglienti, curiose di lei come lei di loro.
Di questi scambi fruttuosi le sono rimasti una folla di ricordi e migliaia di immagini che testimoniano mondi distanti anni luce dalle nostre società frenetiche.
Ogni tanto il ritorno alla normalità, al lavoro di routine per finanziare i viaggi futuri: fotografa sulle navi da crociera ai Caraibi o sulle piste da sci di qualche stazione alpina, al festival di Cannes o di Berlino. Quindi riparte per un’altra destinazione, per proseguire quella che considera una missione: contribuire con le sue immagini alla salvaguardia delle tradizioni in pericolo di estinzione e delle etnie minacciate perché, come dice lei, “le grandi esplorazioni hanno ormai passato al setaccio tutto il pianeta, ma l’avventura umana è lungi dall’essere conclusa e spero che le mie fotografie riescano a mantenere vivo tutto quel patrimonio di saggezza e di saperi che tutti dobbiamo proteggere”.
Questo grande impegno le ha portato riconoscimenti e pubblicazioni internazionali. Nel 2001 ha vinto il Premio Fujifilm, nel 2007 il Wanderlust Professional, nel 2009 e 2011 due Grand Award agli Humanity Photo Awards dell’Unesco, una manifestazione che ormai la vede come membro della prestigiosa giuria internazionale. Nel 2009 ha fondato l’associazione Ethnocolor, un progetto educativo che valorizza le diversità culturali e testimonia alle generazioni attuali e future la grandezza del patrimonio immateriale dell’umanità.

La mostra “Culture e tradizioni nel mondo” raccoglie una selezione di storie e scatti singoli, immagini che ci parlano della vicinanza emotiva di Rozenn Leboucher con le culture lontane, vicinanza che diventa contatto strettissimo quando si tratta di concentrare nelle inquadrature il pathos necessario alla comunicazione efficace di emozioni primordiali dalle quali il mondo moderno si è allontanato, preso nel vortice dei falsi miti e dei consumi fini a sé stessi.
Il viaggio all’interno di questa mostra diventa così un ritorno alle radici comuni dimenticate, diverse secondo le latitudini, ma uguali se intese come ricchezza culturale capace di far evolvere l’uomo verso l’accettazione di differenze che sommate insieme formano il dna collettivo.
Dalla Sicilia alle Ande peruviane, dalla Bulgaria al Madagascar, la gente coltiva tradizioni che sono tasselli fondamentali del patchwork generale, voci singole di una coralità estesa, colori intensi che formano l’arcobaleno globale della grande famiglia dell’uomo, e sentiamo anche l’eco lontana di Edward Steichen e della sua The Family of Man del 1955, per il MoMA di New York. Una grande famiglia allargata di cui tutti facciamo parte.

Claudio Marcozzi

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